GACHABASE

Disincanto nell'ombra profonda Disincanto nell'ombra profonda

Disincanto nell'ombra profonda Disincanto nell'ombra profonda

Set Bonuses

4-Piece Set

I DAN da reazione di Superconduzione aumentano di un 80%. Quando il personaggio che equipaggia il set sferra un attacco a un avversario affetto da Superconduzione, il tasso di CRIT di tale attacco aumenta di un 16%. Percorrendo la strada verso Snezhnaya, è possibile ottenere una nuova benedizione...
I DAN da reazione di Superconduzione e Astroconduzione aumentano rispettivamente di un 80% e di un 40%. Quando il personaggio che equipaggia il set sferra un attacco a un avversario affetto da Superconduzione o Astroconduzione, il tasso di CRIT di tale attacco aumenta di un 16%.

Story

Iridescenza che cessò nella somma gloria

Era un fiore fatto di seta, donatale da un'amica le cui mani erano fredde come il ghiaccio. Al giorno d'oggi, solo in pochi cercano la dimora di montagna del più illustre degli Snegovik,
sebbene si narri che in epoche passate molti nobili giungessero recando inviti incisi nell'oro per banchettare tra le sue mura.
La fanciulla dai capelli d'argento era stata una di loro, anche se a quel tempo non era ancora diventata una maga delle ombre,
né aveva ancora bussato alle porte che nascondono i segreti. All'epoca, altro non era che una damigella di corte al seguito dell'Imperatore del Nord.
Le chiacchiere delle Fate erano sempre trite e stancanti. Inoltre, essendo una mortale,
la fanciulla attirava gli sguardi di coloro che non erano della sua specie, così decise di sgattaiolare via dalla sala del banchetto...
Per sua sfortuna, l'interno di quella struttura millenaria era un autentico labirinto, e quando la fanciulla, intenta solo a salire, si rese conto del suo errore,
si era già completamente smarrita. Per tornare sui suoi passi, avrebbe dovuto attraversare un groviglio di corridoi tortuosi e scale senza fine, mentre la luce della luna le giocava uno scherzo dopo l'altro facendo capolino dalle finestre.
Tuttavia, in quel silenzio inabitato, la fanciulla trovò finalmente una pace che le era sfuggita a lungo.
Solo quando l'anfitriona del banchetto, la principessa delle Snegurochka, apparve alle sue spalle
si rese conto che anche la padrona del gelo e del ghiaccio si era da tempo stancata dei luoghi comuni e delle banalità dei suoi ospiti.
Così, le due si allontanarono insieme dal banchetto. La signora mostrò alla fanciulla i numerosi dipinti, sculture e rompicapi nascosti nella dimora,
e la fanciulla dai capelli d'argento li accolse con un'arguzia e una grazia che già la distinguevano. Infine, quando la loro conversazione giunse al termine,
la Signora delle Snegurochka le rivelò l'abile arte delle Fate: un intero cortile plasmato nel ghiaccio,
con torri che s'ergevano come colonne di sale e alberi che ondeggiavano senza una brezza percepibile, pallidi fili d'erba e diafani fiori di brina, bianchi conigli e persino un imponente alce.
Ogni cosa si estendeva ai loro piedi, come un sogno che d'improvviso appare accanto al cuscino di un dormiente.
La principessa delle Snegurochka si affrettò a pronunciare un monito, come avendo colto il desiderio negli occhi della fanciulla.
"Anche il ghiaccio che non si scioglie mai non è che una creazione della magia, pertanto non può mai davvero durare in eterno.
Ciò che vedi sono solo una luce e un'ombra fugaci, incise nel sangue di coloro che un tempo erano schiavi.
Tuttavia, anche se coloro che erano servi possono compiere simili prodigi ancora oggi,
gli umani che allora erano i padroni non possono più rivendicare la loro antica gloria."
Quando fu ora di congedarsi, la principessa delle Snegurochka creò per lei un fiore fatto di seta. A differenza del ghiaccio indissolubile,
per quanto il tempo avrebbe intaccato le vivaci tonalità della seta, la sua essenza sarebbe perdurata molto più a lungo.
Osservando le dita lunghe e affusolate della Snegurochka appuntarle quel dono di seta sul petto, la fanciulla disse, sorridendo:
"Pensavo... che la sua maestria risiedesse solo nel saper plasmare ogni cosa usando neve e ghiaccio."
"Aksinya", rispose la Signora delle Snegurochka, "l'abilità non sta mai nella mano, ma nel cuore.
Questa è la prova della nostra amicizia. D'ora in poi, in qualsiasi momento, sarò lieta di accoglierti qui".

Iridescenza che cessò nella somma gloria

Era un fiore fatto di seta, donatole da un'amica le cui mani erano fredde come il ghiaccio. Al giorno d'oggi, solo in pochi cercano la dimora di montagna della più illustre degli Snegovik,
sebbene si narri che in epoche passate molti nobili giungessero recando inviti incisi nell'oro per banchettare tra le sue mura.
La fanciulla dai capelli d'argento era stata una di loro, anche se a quel tempo non era ancora diventata una maga delle ombre,
né aveva ancora bussato alle porte che nascondono i segreti. All'epoca, altro non era che una damigella di corte al seguito dell'Imperatore del Nord.
Le chiacchiere delle Fate erano sempre trite e stancanti. Inoltre, essendo una mortale,
la fanciulla attirava gli sguardi di coloro che non erano della sua specie, così decise di sgattaiolare via dalla sala del banchetto...
Per sua sfortuna, l'interno di quella struttura millenaria era un autentico labirinto, e quando la fanciulla, intenta solo a salire, si rese conto del suo errore,
si era già completamente smarrita. Per tornare sui suoi passi, avrebbe dovuto attraversare un groviglio di corridoi tortuosi e scale senza fine, mentre la luce della luna le giocava uno scherzo dopo l'altro facendo capolino dalle finestre.
Tuttavia, in quel silenzio inabitato, la fanciulla trovò finalmente una pace che le era sfuggita a lungo.
Solo quando l'anfitriona del banchetto, la principessa delle Snegurochka, apparve alle sue spalle
si rese conto che anche la padrona del gelo e del ghiaccio si era da tempo stancata dei luoghi comuni e delle banalità dei suoi ospiti.
Così, le due si allontanarono insieme dal banchetto. La signora mostrò alla fanciulla i numerosi dipinti, sculture e rompicapi nascosti nella dimora,
e la fanciulla dai capelli d'argento li accolse con un'arguzia e una grazia che già la distinguevano. Infine, quando la loro conversazione giunse al termine,
la principessa delle Snegurochka le rivelò l'abile arte delle Fate: un intero cortile plasmato nel ghiaccio eterno,
con torri che s'ergevano come colonne di sale e alberi che ondeggiavano senza una brezza percepibile, pallidi fili d'erba e diafani fiori di brina, bianchi conigli e persino un imponente alce.
Ogni cosa si estendeva ai loro piedi, come un sogno che d'improvviso appare accanto al cuscino di un dormiente.
La principessa delle Snegurochka si affrettò a pronunciare un monito, come avendo colto il desiderio negli occhi della fanciulla.
"Anche il ghiaccio che non si scioglie mai non è che una creazione della magia, pertanto non può mai davvero durare in eterno.
Ciò che vedi sono solo una luce e un'ombra fugaci, incise nel sangue di coloro che un tempo erano schiavi.
Tuttavia, anche se coloro che erano servi possono compiere simili prodigi ancora oggi,
gli umani che allora erano i padroni non possono più rivendicare la loro antica gloria."
Quando fu ora di congedarsi, la principessa delle Snegurochka creò per lei un fiore fatto di seta. A differenza del ghiaccio indissolubile,
per quanto il tempo avrebbe intaccato le vivaci tonalità della seta, la sua essenza sarebbe perdurata molto più a lungo.
Osservando le dita lunghe e affusolate della Snegurochka appuntarle quel dono di seta sul petto, la fanciulla disse, sorridendo:
"Pensavo... che la sua maestria risiedesse solo nel saper plasmare ogni cosa usando neve e ghiaccio."
"Aksinya", rispose la principessa delle Snegurochka, "l'abilità non sta mai nella mano, ma nel cuore.
Questa è la prova della nostra amicizia. D'ora in poi, in qualsiasi momento, sarò lieta di accoglierti qui".

Istante che cessò col risveglio da sogni di gloria

Era un attimo fugace, concesso a un alchimista silenzioso per ricordargli ogni voce nella sua agenda. Era il tempo in cui la Tsaritsa, l'attuale sovrana di Snezhnaya, non era ancora ascesa al trono del Palazzo Zapolyarny.
Il tempo in cui la terra di ghiaccio e neve non aveva ancora proibito, a causa dei Messaggeri, la pratica dell'arte alchemica.
Da qualche parte, nella lunga ombra del Re delle Terre innevate, un giovane alchimista dai lunghi capelli neri veniva finalmente liberato dalle sue catene.
Ora poteva condurre ricerche che avrebbero sfidato ogni singolo tabù.
Per quel giovane il mondo non era altro che un enorme assemblaggio di elementi, il cui significato poteva essere trovato solo sul piano materiale.
Per lui, la vita era un rompicapo accidentale costruito dalla natura nel corso dei millenni, un mosaico che l'intelletto umano, sovrano incontrastato, era libero di smontare e ricomporre a piacimento.
E per questo, fece crescere ali su bestie quadrupedi, e ali d'insetto ed elmetti su tigri e leopardi.
Sebbene il suo modo di riplasmare la vita lasciasse sbalorditi molti dei suoi pari, egli era perennemente insoddisfatto.
Dopotutto, le bestie non erano altro che forme di vita governate da anime stolte, mentre i ricettacoli di coloro che possedevano l'intelletto avrebbero dovuto essere ben più complessi e affascinanti.
Alla fine, con una mossa che equivaleva a un suicidio, egli protese le mani verso le Fate, che all'epoca ricoprivano ancora posizioni di potere.
Questo avrebbe dovuto segnare la fine della sua vita. Tuttavia, i suoi crimini attirarono le attenzioni del Re delle Terre innevate.
Questi lo mandò a lavorare presso l'istituto dove ogni tabù veniva infranto, dove i limiti erano semplici suggerimenti e la base per ulteriori esperimenti.
Fu proprio in quel pomeriggio che quel cupo alchimista incontrò per la prima volta la giovane fanciulla dai capelli d'argento.
Tuttavia, le dolci parole e la tenerezza di lei finirono solo per ferire il suo orgoglio.
Mosso dal rancore, o forse dal desiderio d'instillare nella fanciulla un terrore tale da spingerla ad allontanarsi,
l'alchimista sfruttò il breve istante di una stretta di mano per praticare un'arte segreta, facendo crescere un orecchio nel palmo della mano di lei.
"Ah, ora capisco... Quindi è questa l'arte che hai padroneggiato.
Sarà davvero di grande utilità per la nostra impresa."
La fanciulla si coprì la bocca con la mano in cui stava l'orecchio e vi sussurrò all'interno.
Fu solo quando vide il volto sconcertato dell'alchimista che si rese conto che lui non poteva sentire attraverso l'orecchio che le aveva messo sul palmo della mano.
Doveva essere solo una modifica temporanea della carne tramite le Arti segrete, dopotutto, nient'altro che uno scherzo ripugnante.
L'organo in esubero si staccò presto come una crosta, sgretolandosi in una pozzanghera di fango. La fanciulla, tuttavia, se ne dispiacque.
"È stato molto interessante. Tuttavia, dovresti capire che qui abbiamo regole e procedure da rispettare rigorosamente.
La prossima volta che vorrai tentare una cosa del genere, ricordati di presentarmi una richiesta in anticipo. Inoltre,
non abbiamo tempo da perdere, qui c'è scritto il tuo programma."
L'incontro lasciò il giovane dai capelli scuri in trance per il resto del pomeriggio.
In quello stato di torpore, percepì qualcosa d'invisibile e d'intangibile, che si elevava al di sopra della vita materiale.
Non vedeva più il mondo come un semplice rompicapo di mille coincidenze unite dal caso.
Al contrario, aveva trovato qualcosa capace di ferirlo e, al tempo stesso, di suscitargli desiderio...

Istante che cessò col risveglio da sogni di gloria

Era un attimo fugace concesso a un alchimista silenzioso, per ricordargli ogni voce nel suo programma. Era il tempo in cui la Tsaritsa, l'attuale sovrana di Snezhnaya, non era ancora ascesa al trono del Palazzo Zapolyarny.
Il tempo in cui la terra di ghiaccio e neve non aveva ancora proibito, a causa dei Messaggeri, la pratica dell'arte alchemica.
Da qualche parte, nella lunga ombra del Re delle Terre innevate, un giovane alchimista dai lunghi capelli neri veniva finalmente liberato dalle sue catene.
Ora poteva condurre ricerche che avrebbero sfidato ogni singolo tabù.
Per quel giovane il mondo non era altro che un enorme assemblaggio di elementi, il cui significato poteva essere trovato solo sul piano materiale.
Per lui, la vita era un rompicapo accidentale costruito dalla natura nel corso dei millenni, un mosaico che l'intelletto umano, sovrano incontrastato, era libero di smontare e ricomporre a piacimento.
E per questo, fece crescere ali su bestie quadrupedi, e ali d'insetto ed elmetti su tigri e leopardi.
Sebbene il suo modo di riplasmare la vita lasciasse sbalorditi molti dei suoi pari, egli era perennemente insoddisfatto.
Dopotutto, le bestie non erano altro che forme di vita governate da anime stolte, mentre i ricettacoli di coloro che possedevano l'intelletto avrebbero dovuto essere ben più complessi e affascinanti.
Alla fine, con una mossa che equivaleva a un suicidio, egli protese le mani verso le Fate, che all'epoca ricoprivano ancora posizioni di potere.
Questo avrebbe dovuto segnare la fine della sua vita. Tuttavia, i suoi crimini attirarono le attenzioni del Re delle Terre innevate.
Questi lo mandò a lavorare presso l'istituto dove ogni tabù veniva infranto, dove i limiti erano semplici suggerimenti e la base per ulteriori esperimenti.
Fu proprio in quel pomeriggio che quel cupo alchimista incontrò per la prima volta la giovane fanciulla dai capelli d'argento.
Tuttavia, le dolci parole e la tenerezza di lei finirono solo per ferire il suo orgoglio.
Mosso dal rancore, o forse dal desiderio d'instillare nella fanciulla un terrore tale da spingerla ad allontanarsi,
l'alchimista sfruttò il breve istante di una stretta di mano per praticare un'arte segreta, facendo crescere un orecchio nel palmo della mano di lei.
"Ah, ora capisco... Quindi è questa l'arte che hai padroneggiato.
Sarà davvero di grande utilità per la nostra impresa."
La fanciulla si coprì la bocca con la mano in cui stava l'orecchio e vi sussurrò all'interno.
Fu solo quando vide il volto sconcertato dell'alchimista che si rese conto che lui non poteva sentire attraverso l'orecchio che le aveva messo sul palmo della mano.
Doveva essere solo una modifica temporanea della carne tramite le Arti segrete, dopotutto, nient'altro che uno scherzo ripugnante.
L'organo in esubero si staccò presto come una crosta, sgretolandosi in una pozzanghera di fango. La fanciulla, tuttavia, se ne dispiacque.
"È stato molto interessante. Tuttavia, dovresti capire che qui abbiamo regole e procedure da rispettare rigorosamente.
La prossima volta che vorrai tentare una cosa del genere, ricordati di presentarmi una richiesta in anticipo. Inoltre,
non abbiamo tempo da perdere, qui c'è scritto il tuo programma."
L'incontro lasciò il giovane dai capelli scuri in trance per il resto del pomeriggio.
In quello stato di torpore, percepì qualcosa d'invisibile e d'intangibile, che si elevava al di sopra della vita materiale.
Non vedeva più il mondo come un semplice rompicapo di mille coincidenze unite dal caso.
Al contrario, aveva trovato qualcosa capace di ferirlo e, al tempo stesso, di suscitargli desiderio...

Lode che cessò con l'arrivo della festa

Era un calice di vino che ella accettò in segno di celebrazione dalle mani di un collega. Vi fu un tempo in cui il veleno primordiale e la luce ancestrale si scontrarono in un angolo inosservato dallo sguardo dei cieli.
Affinché un amore, un fervore e un'ambizione più grandi del mondo potessero prendere forma, sarebbero dovuti nascere e accendersi in un luogo celato a ogni sguardo.
Era un progetto che non poteva tollerare la minima deviazione dal percorso, un esperimento che si trovava a un soffio dalla follia del mondo.
Era come se qualcuno avesse trattenuto la mano del destino, costringendolo a lanciare una moneta dopo l'altra fino a ottenere il risultato desiderato.
Certe possibilità potevano essere colte e attuate, superando numerose e stratificate restrizioni, quasi solo attraverso uno sconvolgimento ai margini, dando vita a un piano quanto mai assurdo.
Molto tempo fa, per volere di un re delle Terre innevate oppresso dal peccato e dal rimorso, un gruppo di individui venne riunito per un unico scopo:
cercare la scala verso il seggio vacante nella corte delle stelle, il passaggio verso un luogo dove preoccupazioni e dolori non li avrebbero mai più tormentati.
Trascorsero infiniti giorni e notti di duro lavoro, mentre la compagnia del Re delle Terre innevate veniva trascinata in un'interminabile successione di atti proibiti e discese nelle rovine di antiche civiltà.
Tutto al fine di tracciare il tenue contorno di un antico sogno, plasmato da un primordiale reame dorato, e portare alla luce un vasto embrione rimasto a lungo celato nell'ombra.
Alzandosi dal suo alto sgabello, l'antico Domovoj Alvis gettò lo sguardo verso la principessa delle Snegurochka e al pensoso alchimista dai lunghi capelli.
Un vecchio affabile ma dai modi freddi, il Sommo Signore di Kitezhgrad, che aveva monopolizzato l'industria mineraria della città sin dalla sua fondazione, alzò la coppa di vino verso la donna e disse:
"È difficile immaginare che un'impresa così grandiosa sia stata guidata e infine portata a termine da esseri umani; ma tutti noi siamo consapevoli di ciò che avete sacrificato
al fine di raggiungere, e persino superare, nel tempo di una singola esistenza ciò che i nostri predecessori ci hanno lasciato, Aksinya.
E hai tutto il diritto di essere orgogliosa di questo traguardo."
Non doveva essere stato facile per il Signore dei Domovoj, che aveva sempre avuto una scarsa stima dell'umanità, fare una tale dichiarazione.
La ragazza ripensò al loro primissimo incontro, al profondo disgusto e al timore verso il genere umano che mal celava nei suoi occhi anziani.
Ma nulla di tutto ciò aveva più importanza, poiché le speranze e i risentimenti delle Fate erano irrilevanti di fronte al grande sogno del Re delle Terre innevate.
Del resto, questo Domovoj, che era apparso più volte nel corso della storia del regno coperto dalle nevi, le aveva sempre generosamente insegnato tutto ciò che sapeva,
offrendole consiglio su molte e disparate questioni. In un certo senso, per la ragazza dai capelli d'argento, era già diventato sia un mentore che un amico.
E così, anche lei alzò il suo calice, rovesciando un po' dell'amarezza che vi era stata riversata lungo il cammino.
Negli occhi del Domovoj, Aksinya vide un affetto caldo e sincero, quello che un anziano potrebbe provare verso un giovane.

Lode che cessò con l'arrivo della festa

Era un calice di vino che ella accettò in segno di celebrazione dalle mani di un collega. Vi fu un tempo in cui il veleno primordiale e la luce ancestrale si scontrarono in un angolo inosservato dallo sguardo dei cieli.
Affinché un amore, un fervore e un'ambizione più grandi del mondo potessero prendere forma, sarebbero dovuti nascere e accendersi in un luogo celato a ogni sguardo.
Era un progetto che non poteva tollerare la minima deviazione dal percorso, un esperimento che si trovava a un soffio dalla follia del mondo.
Era come se qualcuno avesse trattenuto la mano del destino, costringendolo a lanciare una moneta dopo l'altra fino a ottenere il risultato desiderato.
Certe possibilità potevano essere colte e attuate, superando numerose e stratificate restrizioni, quasi solo attraverso uno sconvolgimento ai margini, dando vita a un piano quanto mai assurdo.
Molto tempo fa, per volere di un re delle Terre innevate oppresso dal peccato e dal rimorso, un gruppo di individui venne riunito per un unico scopo:
cercare la scala verso il seggio vacante nella corte delle stelle, il passaggio verso un luogo dove preoccupazioni e dolori non li avrebbero mai più tormentati.
Trascorsero infiniti giorni e notti di duro lavoro, mentre la compagnia del Re delle Terre innevate veniva trascinata in un'interminabile successione di atti proibiti e discese nelle rovine di antiche civiltà.
Tutto al fine di tracciare il tenue contorno di un antico sogno, plasmato da un primordiale reame dorato, e portare alla luce un vasto embrione rimasto a lungo celato nell'ombra.
Alzandosi dal suo alto sgabello, l'antico Domovoj Alvis gettò lo sguardo verso la principessa delle Snegurochka e al pensoso alchimista dai lunghi capelli.
Un vecchio affabile ma dai modi freddi, il Sommo Signore di Kitezhgrad, che aveva monopolizzato l'industria mineraria della città sin dalla sua fondazione, alzò la coppa di vino verso la donna e disse:
"È difficile immaginare che un'impresa così grandiosa sia stata guidata e infine portata a termine da esseri umani; ma tutti noi siamo consapevoli di ciò che avete sacrificato
al fine di raggiungere, e persino superare, nel tempo di una singola esistenza ciò che i nostri predecessori ci hanno lasciato, Aksinya.
E hai tutto il diritto di essere orgogliosa di questo traguardo."
Non doveva essere stato facile per il Signore dei Domovoj, che aveva sempre avuto una scarsa stima dell'umanità, fare una tale dichiarazione.
La ragazza ripensò al loro primissimo incontro, al profondo disgusto e al timore verso il genere umano che mal celava nei suoi occhi.
Ma nulla di tutto ciò aveva più importanza, poiché le speranze e i risentimenti delle Fate erano irrilevanti di fronte al grande sogno del Re delle Terre innevate.
Del resto, questo Domovoj, che era apparso più volte nel corso della storia del regno coperto dalle nevi, le aveva sempre generosamente insegnato tutto ciò che sapeva,
offrendole consiglio su molte e disparate questioni. In un certo senso, per la ragazza dai capelli d'argento, era già diventato sia un mentore che un amico.
E così, anche lei alzò il suo calice, rovesciando un po' dell'amarezza che vi era stata riversata lungo il cammino.
Negli occhi del Domovoj, Aksinya vide un affetto caldo e sincero, quello che un anziano potrebbe provare verso un giovane.

Pendolo che cessò il suo moto nella grande caduta

Era un delicato ninnolo, conferitole in segno di elogio dal suo unico e solo padrone. Era un dono dell'imponente uomo assiso sul trono, elargito in onore di lei per il giorno della sua nascita.
Per il Signore del Ghiaccio e del Gelo, i cui anni abbracciano epoche intere, lo sbocciare di una vita umana passa in un battito di ciglia.
Ricordava ancora di aver vagato in quel mondo di ombre.
Ricordava la dorata patria in frantumi, la madre che non aveva mai conosciuto.
Fu lì che scoprì i segreti degli iperboreani, sepolti nei recessi più profondi,
e fu lì che trovò le risposte su sé stesso che aveva cercato per migliaia d'anni.
Ma nulla di ciò che apprese fu sufficiente a liberarlo dall'infinito dolore e dal dubbio,
poiché, il più delle volte, la saggezza non è che una maledizione sotto mentite spoglie.
Innumerevoli volte, da allora, percorse le rovine avvolte dall'ombra, chiedendosi se proprio lui avrebbe dovuto portare un tale fardello...
Poiché in quell'epoca non vi era più nessuno che potesse pretendere da lui le responsabilità e i fardelli che era stato costretto a sostenere.
Almeno fino al giorno in cui s'imbatté in una struttura fatiscente, colma di dispositivi di sostentamento risalenti a tempi ormai lontani.
Dovevano essere gli sforzi degli antichi per sopravvivere al futuro, pensò, mentre la lama dei cieli incombeva sempre più su di loro.
Sebbene avesse visto dispositivi simili in un lontano passato,
quelli che aveva incontrato in precedenza erano danneggiati o non funzionanti.
Stavolta era diverso: tra i dispositivi in penombra, uno d'improvviso si avviò, come avendo percepito qualcosa.
Era come un numero casuale che appare in un freddo calcolo: un piccolo segnale apparentemente insignificante, che improvvisamente aveva assunto una rilevanza senza precedenti.
Aprì il portello malsicuro, trepidante come davanti a un baule del tesoro.
Al suo interno trovò una creatura priva di sensi, ma ancora in vita...
...Un'infante dai capelli d'argento.
"Grazie per il regalo", disse la giovane mentre si raddrizzava e toccava il foro appena fatto all'orecchio. I lobi le bruciavano ancora un po'.
Il Re del Nord tornò al momento presente. La giovane donna, ormai cresciuta, esprimeva la sua gratitudine con sguardo indagatorio.
"Cosa posso darti in cambio?", gli chiese.
Era una domanda che non richiedeva una risposta; ma, all'improvviso,
egli avvertì una lunga e persistente tristezza, che gli offuscava la mente come fosse brina.
Alla fine cedette, e raccontò alla giovane fanciulla della visione che aveva custodito in passato, e forse fin troppo a lungo...

Dondolio che cessò nella grande caduta

Era un delicato ninnolo conferitole in segno di elogio dal suo unico e solo maestro. Era un dono dell'imponente uomo assiso sul trono, elargito in onore di lei per il giorno della sua nascita.
Per il Signore del Ghiaccio e del Gelo, i cui anni abbracciano epoche intere, lo sbocciare di una vita umana passa in un battito di ciglia.
Ricordava ancora di aver vagato in quel mondo di ombre.
Ricordava la dorata patria in frantumi, la madre che non aveva mai conosciuto.
Fu lì che scoprì i segreti degli iperboreani, sepolti nei recessi più profondi,
e fu lì che trovò le risposte su sé stesso che aveva cercato per migliaia d'anni.
Ma nulla di ciò che apprese fu sufficiente a liberarlo dall'infinito dolore e dal dubbio,
poiché, il più delle volte, la saggezza non è che una maledizione sotto mentite spoglie.
Innumerevoli volte, da allora, percorse le rovine avvolte dall'ombra, chiedendosi se proprio lui avrebbe dovuto portare un tale fardello...
Poiché in quell'epoca non vi era più nessuno che potesse pretendere da lui le responsabilità e i fardelli che era stato costretto a sostenere.
Almeno fino al giorno in cui s'imbatté in una struttura fatiscente, colma di dispositivi di sostentamento risalenti a tempi ormai lontani.
Dovevano essere gli sforzi degli antichi per sopravvivere al futuro, pensò, mentre la lama dei cieli incombeva sempre più su di loro.
Sebbene avesse visto dispositivi simili in un lontano passato,
quelli che aveva incontrato in precedenza erano danneggiati o non funzionanti.
Stavolta era diverso: tra i dispositivi in penombra, uno d'improvviso si avviò, come avendo percepito qualcosa.
Era come un numero casuale che appare in un freddo calcolo: un piccolo segnale apparentemente insignificante, che improvvisamente aveva assunto una rilevanza senza precedenti.
Aprì il portello malsicuro, trepidante come davanti a un baule del tesoro.
Al suo interno trovò una creatura priva di sensi, ma ancora in vita...
...Un'infante dai capelli d'argento.
"Grazie per il regalo", disse la giovane mentre si raddrizzava e toccava il foro appena fatto all'orecchio. I lobi le bruciavano ancora un po'.
Il Re del Nord tornò al momento presente. La giovane donna, ormai cresciuta, esprimeva la sua gratitudine con sguardo indagatorio.
"Cosa posso darti in cambio?", gli chiese.
Era una domanda che non richiedeva una risposta; ma, all'improvviso,
egli avvertì una lunga e persistente tristezza, che gli offuscava la mente come fosse brina.
Alla fine cedette, e raccontò alla giovane fanciulla della visione che aveva custodito in passato, e forse fin troppo a lungo...
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